Sulle cime più alte ci si rende conto che la neve, il cielo e l’oro hanno lo stesso valore.
(Boris Vian)
Lo scorso weekend ho avuto la brillante idea di fare una gita in montagna. Totalmente inesperti e impreparati, siamo partiti con tutta la calma del mondo alle 9.40, stranamente non abbiamo trovato code e siamo arrivati a destinazione intorno alle 10.30. Appena ho visto cosa mi aspettava la mia mente problem solver ha cercato un piano B per salvare la giornata, ma poi si è rassegnata all’evidenza che siamo inesperti e impreparati e quindi dai, falliamo fino in fondo.
Il parcheggio dove i vigili all’ingresso del paese ci hanno indirizzati era una distesa di auto luccicanti accanto alle quali si srotolava un fiume di gente fluorescente. Una coda infinita di famiglie in tenuta da sci con uno, due bob sottobraccio, sci, scarponi, caschi, snowboard, così bardati che la fila sembrava larga il doppio. Tutti arrampicati sui versanti di questo posteggio fangoso, diretti alla fermata della navetta che ci avrebbe accompagnati alla funivia. Un chiosco sul percorso della coda smerciava brioche surgelate e caffè solubile alla gente in attesa.
La missione del giorno a quel punto per me era diventata fare almeno un pupazzo di neve con mio figlio e così ho pazientato mezz’ora in attesa per la navetta, poi sulla navetta fino alla funivia, in coda per il biglietto e addirittura ho tenuto duro quei 15 minuti sospesa in una cabina di vetro a mille metri di altezza (soffro di vertigini e di claustrofobia, ndr). Ho tenuto duro perché nella mia testa c’era il ricordo di qualche gita in montagna fuori stagione, in qualche valle circondata dai boschi, una memoria che, vista appunto la mia scarsissima esperienza nel turismo di montagna, non avevo ancora arricchito con l’attuale realtà dei fatti (e soprattutto degli impianti sciistici).
Arrivati in cima è stato come riversarsi in una piazza durante il concerto di capodanno. Una piazza innevata certo, ma senza niente di tutta quella poesia che dovrebbe accompagnare un paesaggio montano. Non sto dicendo nulla di nuovo, lo so, specialmente a chi - al contrario di me - la montagna la frequenta da anni e ama sciare, qualcuno a cui magari basta avere l’opportunità di indossare un paio di sci ai piedi per sentirsi felice.
La mia autonomia in un contesto del genere è stata di 20 minuti. Sicuramente ho sbagliato posto, forse avrei dovuto andare in un bosco piuttosto che in una stazione sciistica a un’ora da Milano, forse con un po’ di consapevolezza e informazioni in più avrei vissuto un’esperienza completamente diversa. Ho sbagliato meta OK, ma intanto mi sono chiesta se non è sbagliato anche pensare di trovare, oggi, in montagna, in alta stagione, quello che cerco: la pace, il silenzio e soprattuto la solitudine. Più che altro se non è meglio ridimensionare questo mito della montagna come luogo per antonomasia di pace e solitudine e abbassare le aspettative.
E voi esperti mi direte “Dipende da dove vai! Esistono luoghi vicini incontaminati, basta conoscerli e saperli raggiungere”. I consigli sono ben accetti (sul serio!), ma è inevitabile che dopo questa gita io mi chieda
cos’è oggi il turismo di montagna?
Probabilmente dipende da cosa vai cercando e cosa sei disposto a fare. In questo articolo di Sarah Gainsforth su Lucy (che purtroppo solo gli abbonati possono leggere) si parla della montagna come luogo dove trovare non più l’emozione della salita, ma la gioia della discesa. Scrive:
Rispetto a pratiche sportive come l’alpinismo e l’attraversamento in orizzontale di vaste distese innevate, dal momento della sua diffusione alla fine dell’Ottocento, lo sci capovolge l’azione, scivolando in discesa. Non più la “salita-gioia/discesa-noia dell’alpinismo, ma salita-attesa/discesa-gioia dello Sci”.
Lo sci rivoluziona l’esperienza della montagna e dell’inverno: “ciò che da sempre era stato sinonimo di sforzo, di affaticamento – il pendio, il salire – si rovescia nel suo nel suo opposto, in gioia, piacere, ebbrezza per la discesa e la velocità”.Ma affinché tutto questo sia possibile, affinché la montagna diventi luogo di gioia e velocità, non basta migliorare le bacchette con cui si scivola sulla neve. Ci vogliono impianti di risalita. Così si costruiscono funicolari, skilift e seggiovie, ferrovie e stazioni d’arrivo, strade per arrivare in automobile alle stazioni sciistiche o ai punti panoramici. Le nuove infrastrutture rendono il paesaggio naturale sempre più artificiale, portando il “prevalere tra le montagne proprio di quelle logiche dell’urbano da cui si era voluto fuggire”.
L’articolo continua analizzando il disastro ambientale a cui contribuisce questo tipo di turismo. Nelle Alpi le temperature crescono a una velocità doppia rispetto alla media globale e negli ultimi 150 i ghiacciai hanno perso il 60% della loro superficie. La strategia di adattamento al cambiamento climatico è la neve artificiale, definito “accanimento terapeutico” da Legambiente. Il 90% delle piste da sci sulle Alpi è innevato artificialmente ed è una strategia insostenibile perché per produrre neve artificiale servono immensi bacini di innevamento, riserve di acqua prelevata da fiumi e torrenti. I costi energetici sono massivi e nel frattempo diverse regioni d’Italia soffrono di deficit idrico. Non vi sto a dire cosa sta succedendo per Milano - Cortina 2026.
Un turismo di montagna fatto così è un turismo non sostenibile. Ed è un turismo che anche se riguarda solo alcune zone della montagna, in particolare quelle con gli impianti, impatta inevitabilmente su tutto il suo ecosistema.
E mi chiedo: quando la neve non ci sarà più e smetteremo di produrre quella artificiale perché costa troppo in termini sia economici che climatici, cosa rimarrà degli impianti? Questi orrendi ecomostri meccanici rimarranno lì tra le nuvole a ricordarci che una volta, quando ancora cadeva la neve dal cielo, ci eravamo presi anche le montagne?
Ieri guardavo un’intervista recente a Paolo Cognetti, che preferisco non linkare perché penso che non rispetti la sua dignità, fatta in un suo momento di debolezza e smarrimento. L’ho guardata velocemente, saltando delle parti, ma mi è rimasta impressa quest’immagine della sua baita in montagna, che ha sempre raccontato come un rifugio, accanto alla quale oggi hanno costruito piste da sci e cannoni sparaneve. Per entrare in casa deve letteralmente attraversare la pista, stando attento a non essere falciato. Ecco quest’immagine è l’emblema di cosa è oggi la montagna. Un luna park.
Un desiderio che non avevamo
Paolo Cognetti è uno dei miei autori preferiti di sempre. Mi ha fatto respirare aria di neve mentre leggevo Le otto montagne, il profumo della legna nella stufa con La felicità del lupo, e ha innescato un desiderio che in fondo non avevo: quello di trovarmi sottozero ai piedi di una cima, di attraversare un bosco innevato e sentire solo lo scricchiolio dei rami sotto il peso della neve. Mi ha fatto venire voglia di leggere Stern, di connettermi con la natura come non avevo mai fatto. Ma soprattutto mi ha messo in testa l’idea che probabilmente la montagna è meglio del mare perché ti permette, davvero, di tirare un sospiro di sollievo. Da tutto: dallo stress, dal rumore, dalle code, dalla folla. È un luogo intimo e silenzioso. (Ecco, è con questo pensiero che mi avvio in gita ai Piani di Bobbio, capite bene che non posso che rimanere delusa).
La narrativa di montagna era un mondo a me sconosciuto fino a Cognetti, appunto, e sono convinta che mi abbia conquistato per il modo che hai lui di raccontarla, più che per il soggetto in sé. Per il modo che ha di viverla, con rispetto, riverenza, immersione totale. Quella con la montagna per lui è una storia d’amore che se in pochi possono capire fino in fondo, in tanti ne rimangono ammaliati. Leggendolo, ti viene voglia di provare sulla tua pelle quell’umanità di villaggio, quella solidità delle cose semplici, quell’intimità con te stesso e la natura che ti circonda. Ti viene davvero voglia di sentirti minuscolo davanti a un fuoco sotto un cielo stellato, perché pensi che sia quella l’epifania che ti serve per essere finalmente felice di quello che hai, di quello che sei. E se da un lato sono questi pensieri nobili che mi spingono in quota, dall’altro mi rimettono a posto per quella che sono davvero: una di quei turisti che non cerca di capire la montagna, ma la sfrutta. Che ci va solo nei weekend per respirare aria buona, fare una passeggiata nella natura e tornare a casa con la pancia piena di pizzoccheri sperando di sentirsi migliore di prima. Con che diritto sto qui a parlare di montagna visto che non sono neanche una vera appassionata?
E su questo faccio entrare, a grande richiesta, RUVIDO, la rubrica di Gaël Moscarà, nonché mio compagno di gita (e di vita):
Un giorno del mondo vecchio, doveva essere il 2018, ho trovato da Decathlon delle scarpe da running Nike nere con lo swoosh giallo fosforescente. Dovevano essere in saldo, costavano meno di 30 euro, e anche se non ero entrato lì per quello mi è sembrata un’occasione da non farsi sfuggire.
Alla fine non le ho usate molto per correre (colpo di scena), ma mi ricordo una volta che le ho messe per andare al lavoro, e un collega guardandomi mi fa "ah ce le hai anche tu?" Il tono celava un inequivocabile: "guardati, sei anche tu un hipster milanese, finto casual e degagé, che invece vuole farsi notare col dettaglio sgargiante, che pena".
Dopo tutti questi anni parlo di scarpe perché vorrei approfittare di questo ruvido per togliermi un paio di sassolini. Il primo: ma che te ne fotte a te di cosa metto ai piedi?
Il secondo, più articolato: non so se lo avete notato anche voi, ma nel 2025 una scarpa da running un po' sgargiante fuori contesto non si nota più, sa di visto e rivisto. E cosa l'ha sostituita? Io ho la sensazione che l'ultima frontiera è la scarpa da trekking. Dj e direttori creativi hanno ai piedi le Salomon, sappiamo tutti cos'è il gore-tex ed è diventato cool avere le suole (le suole) di un brand specifico che non nomino nemmeno. Sono soltanto uno che si guarda in giro in metropolitana, non un esperto di moda, ma ci vedo uno stile vero e proprio, da Patagonia a North Face, e mi piace chiamarlo mountain-core.
Mi sono chiesto come ci siamo arrivati e secondo me c'entra la pandemia, quando la montagna era per molti sia la cosa più raggiungibile che il luogo migliore per stare isolati. Quindi adesso facciamo tutti trekking, i rifugi sono i nuovi agriturismi e ognuno ha i suoi cammini da suggerire. E sapete cosa è successo con le vostre stories su Instagram? Avevate le migliori intenzioni, lo so, ma avete gentrificato pure quello.
Quindi ecco cosa ho da dire a voi che usate le scarpe da trekking in metropolitana: se le usate anche per camminare ad alta quota per me ok, ma smettete di farcelo sapere, per favore. Se invece siete come me con il running, ah ma ce le hai anche tu?
Un limite a tutto
Per fortuna ci sono quei luoghi che facciamo (ancora) fatica a raggiungere, dove è troppo difficile andare da soli, soprattutto se impreparati. Perché la montagna vera è dura, inaccessibile, ed è giusto che sia così.
Nel documentario Fiore mio, Cognetti ci porta proprio in uno di quei posti dove da soli non arriveremmo forse mai. È un viaggio sul Monte Rosa, verso le sorgenti d’acqua, nell’anima della montagna. Le immagini sono così belle che ti viene voglia di abbeverartici. Cè solo silenzio, rumore dell’acqua e le voci di chi quelle montagne le abita.
La paura, la mia paura, è che ogni cosa che viene raccontata, anche se non facilmente raggiungibile, sia in qualche modo esposta alle intemperie umane. Fiore mio indaga un problema, la scarsità di acqua a valle dovuta alla riduzione del ghiacciaio negli anni. Questo è il messaggio che il film vorrebbe dare, di preoccupazione, di necessità di protezione e tutela. Ma cosa ne potrebbe risultare? Un’invasione di quei luoghi attraverso escursioni organizzate nelle location del documentario, come è successo per Le otto montagne?
Quanto è labile il confine tra documentare ed esporre? Anzi, mi correggo, documentare è sempre esporre, consapevoli che quello che abbiamo mostrato finisca anche nelle mani sbagliate e con la fruizione sbagliata. Perché dove io vedo poesia c’è sempre qualcun altro che vede soldi. E la poesia non fa girare il mondo, non fa girare proprio niente.
Passiamo ai saluti
Quando mi capita anche di andare in montagna fuori stagione incrocio ben poche persone sul sentiero, ma ciò che mi è rimane impresso di quegli incontri è un fenomeno che sembra manifestarsi solo tra i monti: il saluto. Sembra che lì le persone diventino genuinamente gentili le une con le altre e decidano di dimostrarlo con un gesto che in altri contesti non esiste, o non ha lo stesso valore.
Che sia un escursionista solitario, una coppia di anziani, uno straniero, nessuno evita il mio sguardo concentrandosi sul sentiero, anzi, lo cercano, si illuminano di un sorriso cordiale, salutano e poi ognuno per la sua strada. A volte invece quel saluto è una scusa per rallentare, prendere fiato o un sorso d’acqua, scambiarsi informazioni sul percorso e in men che non si dica ti ritrovi in mezzo a una conversazione anche piacevole con uno sconosciuto che comunque, così a prima vista, sembra una brava persona. Almeno saluta.
A volte un saluto è una porta aperta verso l’altro, ci sono persone che hanno voglia di trascorrere cinque minuti della loro giornata a parlare con un perfetto sconosciuto. Un simpatico imprevisto sul percorso, un modo di tornare alla semplicità dei rapporti umani. Perché le relazioni, alla fine, non sono così complicate come sembrano, se cerchiamo di rimanere leggeri. Guardarsi negli occhi, sorridere, salutare, ringraziare, chiedere per favore, permesso, come va. Gesti semplici e alla portata di ciascuno di noi, ma soprattutto un linguaggio compreso da tutti. Quando intorno non c’è niente, nemmeno il segnale del telefono, restiamo solo noi per quello che siamo. Saremo abbastanza? Nel dubbio salutiamo.
Zollette
Tre cose gentili
Un quarto d’ora per acclimatarsi è un podcast sulle crisi ambientali e sociali in atto nelle Terre alte con le voci di coloro che le sperimentano ogni giorno, le studiano, si impegnano per contrastarle.
Gente di montagna è un piccolo diario di viaggio, una raccolta di trentacinque storie di persone che hanno scelto la montagna per cambiare la propria vita.
In Nuova Zelanda una montagna ha gli stessi diritti legali di una persona
Belle Parole
/Whiteout/
È un fenomeno metereologico in cui i punti di riferimento di una zona coperta di neve diventano quasi indistinguibili, facendoti perdere l’orientamento. Un’assenza di visibilità repentina in cui l’orizzonte scompare dalla vista, il cielo e il paesaggio appaiono privi di caratteristiche e non ci sono ombre. Un incubo bidimensionale in pratica, che mi fa pensare a quando nei film qualcuno si ritrova in paradiso, ma che nella realtà è più simile all’inferno. Mi ricorda qualcosa.
Bellissimo. Hai espresso in maniera gentile ma energica un concetto che mi frulla in testa da anni, e che mi provoca anche conflitti interiori quotidiani. Da un lato il mio passato da sciatore della domenica (ma di ogni domenica da novembre ad Aprile), dall’altro la consapevolezza che ormai il mondo è cambiato e ciò che resta dello sci e della montagna che ricordo sono solo spasmi. O forse già 20 anni era così come è oggi, e sono solo cambiato io. Grazie comunque.